La lingua di fuoco. Dante e la filosofia del linguaggio

 

Collationes 2

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Giacomo Gambale, La lingua di fuoco. Dante e la filosofia del linguaggio.

Città Nuova (Collationes 2), Roma 2012, pp. 317 ISBN: 9788831118019 € 32,00

Diversi fattori contribuiscono alla ricchezza della concezione linguistica di Dante, che richiamano l’ambito non solo filosofico, ma anche quello estetico, morale e teologico. Un aspetto che non sorprende se si tiene conto del modo in cui la cultura medievale guarda al reale attraverso la lente delle diverse artes. Nell’opera dantesca esistono prevalentemente due livelli della locuzione, quello espressivo (o spirituale) e quello morale. La parola, per il Poeta, nell’atto in cui è immessa nel circolo comunicativo è portatrice della profondità emotiva dell’agente linguistico. Se questa profondità si trova in contrasto con il Sommo Bene, la parola stessa può diventare un «seme di operazione» distruttivo. Nella Divina Commedia, dove la riflessione s’intreccia ai meccanismi della poesia, all’utilizzo di metafore, allegorie, figure retoriche di diversa natura, questa concezione è espressa da un’immagine puntuale e polisemica, dal forte valore religioso: la lingua di fuoco. La lingua come il fuoco brucia, distrugge o illumina e riscalda; diventa il mezzo della rivelazione dello spirito e può essere causa di un’azione moralmente positiva o negativa.

Giacomo Gambale (Pagani, Salerno, 1976) è Dottore di ricerca in «Filosofia, scienze e cultura dell’età tardoantica, medievale e umanistica» (Salerno) e in «Sciences Religieuses» (École Pratique des Hautes Études di Parigi). Si occupa di filosofia medievale e letteratura italiana, in particolare nell’opera di Dante e quella dei suoi più antichi commentatori. Attualmente i suoi interessi sono legati alla lettura giuridica della Divina Commedia, da Alberico di Rosciate e Pietro Alighieri a Hans Kelsen.

In copertina: Pentecoste, Bibliothèque Méjanies (Aix-en-Provence), ms. 15 (Psautier à l’usage d’Arras, sec. XIII), f. 119v