Alfano I di Salerno

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Alfano I di Salerno (Salerno, 1015-1020[1] - 9 ottobre 1085[2]), è stato un abate, arcivescovo, medico filosofo, vicino agli ambienti della Scuola Medica Salernitana.


Biografia

Le origini e la formazione culturale

Pur non possedendo dati certi circa l’anno di nascita di Alfano, alcuni studiosi hanno stimato, in base a dei calcoli meramente congetturali, che egli nacque tra il 1015 e il 1020 a Salerno, da nobile famiglia longobarda. Tra le fonti coeve, Leone Marsicano lo descrive infatti come «prudentissimus et nobilissimus clericus»[3] nel suo Chronicon casinense: tale dato ha portato perciò a supporre che Alfano fosse imparentato con la famiglia di Guaimario III, principe di Salerno dal 994 al 1027[4].

Allievo probabilmente del medico Guarimpoto o almeno frequentatore della sua scuola, Alfano apprende a Salerno dapprima le arti del trivium e del quadrivium. In particolare, impara la grammatica, la retorica, l’astronomia, il latino e il greco, discipline nelle quali eccelle, a giudicare dalla perizia con cui sono scritti i suoi versi[5]. Alfano dà però anche prova delle sue competenze in ambito giurisprudenziale: studia infatti diritto a Salerno, che vantava già un centro di studi attivo, prima ancora di Bologna, in materia giuridica[6]. Sempre a Salerno, in particolare nel monastero di San Benedetto, di cui poi sarà abate, Alfano avrebbe ricevuto parte della sua formazione letteraria e scientifica[7].

Una parte minore dell’educazione giovanile di Alfano si sarebbe svolta anche fuori dalla città di Salerno[8]. In particolare, stando a quanto si apprende dalla lettura di alcuni suoi componimenti, deve aver frequentato Aversa, che descrive come centro di studi filosofici che supera in prestigio Atene[9]. È tuttavia soprattutto nel cenobio di Montecassino, presso il quale si recherà più volte durante la sua vita, che Alfano approfondirà i suoi studi e farà conoscenza di alcune delle figure centrali della vita religiosa e politica del suo tempo: qui infatti coltiverà, tra le altre, le amicizie con Desiderio, poi abate di Montecassino e in seguito papa Vittore III, e Federico di Lorena, il futuro papa Stefano IX[10].

L'assassinio di Guaimario IV

Estensione del Principato di Salerno intorno all'anno 1000.

La città di Salerno aveva raggiunto il massimo dell’espansione politica ed economica durante il principato di Guaimario IV, che durante la sua reggenza aveva assunto il controllo anche sulle vicine Amalfi e Sorrento[11]. La ribellione di Amalfi nell’aprile dello stesso anno e l’assassinio del principe il 3 giugno 1052 diedero però una brusca battuta d’arresto alle mire espansionistiche dei Longobardi su Salerno, in lotta per il potere con i Normanni. Alfano descrive così, in un carme in onore di Guidone, fratello del principe assassinato, l’opulenza della Salerno di quegli anni, velocemente svanita:


Huius [scil. Guaimarii] in imperio quae nunc est parca, Salernus
praecipua Latii ditior urbe fuit,
Lucanus, Beneventanus, Calaber, Capuanus,
Apulus huic bello quisque subactus erat.
Principium Liris fuit, urbs et Regia finis:
non tamen hoc uti sufficiebat ei.
Extulit hanc Babylon peregrinis rebus et auro,
sphaera quibus solis occidit ampla locis.
Aemula Romanae nimium Carthago salutis,
plurima pro pacis foedere dona dedit.
Teutonici reges donati saepe fuere
magnificeque sui ponderibus pretii.
Tum medicinali tantum florebat in arte,
posset ut hic nullus languor habere locum.
Sed postquam patriae pater et tuus ante suorum
ora propinquorum confoditur gladiis,
quicquid habere prius fuerat haec visa decoris,
momento periit, fumus et umbra fuit.


Salerno, che ora è piccola nel suo regno,
fu più ricca dell’insigne città del Lazio.
Lucano, beneventano, calabrese, capuano,
apulo, ognuno le era stato sottomesso in guerra.
L’inizio fu il Liri, la fine la città di Reggio Calabria;
e tuttavia possedere ciò non gli era sufficiente.
Abbellì questa Babilonia con prodotti stranieri e oro,
provenienti da quei luoghi dove tramonta la grande sfera del sole.
Cartagine, eccezionale rivale della potenza romana,
fece molti doni per il patto di pace.
Le furono donati spesso e con magnificenza
re teutonici con il peso del loro valore.
Era così fiorente allora nell’arte della medicina
che nessuna malattia poteva qui esistere.
Ma dopo che il padre della patria e tuo viene trafitto
dalla spada davanti ai volti dei suoi parenti,
tutto ciò che prima di bello sembrava questa possedere
finì in un istante, fu fumo e ombra[12]
.
Il sentimento di afflizione che traspare da questi versi è tanto più acuto se si pensa che, tra i congiurati che provocano la morte di Guaimario IV, vi sono probabilmente alcuni dei fratelli di Alfano[13]. La crisi politica che si crea alla morte del principe porta alla repentina elezione di Pandolfo III, fratello cadetto di Guaimario, spalleggiato dagli stessi congiurati, la cui prima azione da reggente è quella di imprigionare o uccidere i familiari del suo predecessore. Guido però, uno dei figli di Guaimario, scampato fortunosamente agli aguzzini, riesce entro pochi giorni a tornare a Salerno accompagnato dai normanni Umfredo d’Altavilla e Riccardo I di Aversa, costringendo Pandolfo alla resa. Tra gli accordi di pace delle due parti vi è la liberazione di Gisulfo II, primogenito di Guaimario. In cambio, i due normanni avrebbero dovuto rendere salva la vita al principe reggente, ma i patti non vengono rispettati: Pandolfo, dopo appena una settimana dall’insediamento, muore pugnalato, come il suo predecessore, lasciando il trono a Gisulfo II[14].

L’incontro con Desiderio: Alfano a Benevento e Firenze

Busto del XVII secolo raffigurante Alfano I arcivescovo di Salerno nel Duomo della città.

In seguito alla restaurazione dell’ordine politico a Salerno, Gisulfo amministra con fatica il principato, barcamenandosi tra continue alleanze con i Normanni e le difficoltà dovute a una cattiva gestione del potere. Già i cronisti coevi, in effetti, segnalano le incapacità del principe Gisulfo, indegno successore di suo padre nella reggenza del principato di Salerno. Amato di Montecassino, per esempio, nella sua Storia dei Normanni, giuntaci soltanto in una traduzione in antico francese, evidenzia lo scarto tra padre e figlio, sottolineando come la fine della supremazia longobarda nell’Italia meridionale sia anche conseguenza dell’iniquità e dell’inettitudine politiche di Gisulfo a Salerno[15]. Del resto, la cronaca di Amato tende a essere di parte, mentre, al contrario, la successiva ricostruzione storica ha concesso a Gisulfo delle indubbie doti politiche, anche se insufficienti a gestire la situazione difficile dello scontro tra Longobardi e Normanni nell’Italia meridionale e che porterà alla vittoria dei secondi sui primi[16].

Molti storici tuttavia hanno imputato all’incerto clima politico dei primi mesi del principato di Gisulfo la crisi spirituale che porta Alfano a prendere i voti e ad abbracciare l’abito monacale. In effetti egli in quei mesi teme per sé le sorti dei suoi fratelli, stando a delle testimonianze coeve[17], ma questo dato collide con alcuni avvenimenti successivi, come la nomina di Alfano ad abate del monastero salernitano di San Benedetto e la successiva elezione arcivescovile ad opera di Gisulfo II[18].

Ammettendo la tesi dei sospetti di Alfano per vera, egli vive dunque certamente questi mesi nel timore di un agguato che lo avrebbe colto se avesse lasciato Salerno. In questo frangente, tuttavia, conosce Desiderio, allora monaco di Santa Sofia a Benevento. Questi, infatti, si era recato a Salerno nel 1054 per curarsi, poiché indebolitosi e ammalatosi per i troppi digiuni[19].

Leone Marsicano racconta che l’amicizia di Desiderio con Alfano nasce dunque a Salerno. Quando il monaco di Santa Sofia è guarito, però, egli chiede all’amico di raggiungerlo a Benevento. I timori di Alfano a lasciare la città sono ben riportati dal cronista cassinese, che descrive anche l’espediente trovato da Desiderio per condurre presso di sé il suo amico: Alfano riesce infatti a lasciare inosservato Salerno indossando la cocolla dell’amico monaco.

La cronaca di Leone Marsicano testimonia quanto Desiderio tenga a cuore la causa dell’amico. A Benevento, infatti, i due cercano una soluzione che risolva i problemi salernitani di Alfano e la trovano nella notizia secondo cui Vittore II sarebbe intenzionato a raggiungere l’Italia meridionale per appoggiare Gisulfo e l’imperatore Enrico III contro i comuni nemici normanni. Alfano, temendo così l’acuirsi della situazione a scapito suo e dei suoi fratelli, decide con Desiderio e l’arcivescovo di Benevento Ulderico di intercettare il papa a Firenze, dove si trovava per celebrare un sinodo[20].

Il piano di Alfano è piuttosto semplice. Egli aveva portato con sé a Benevento alcuni testi di medicina, che utilizza all’uopo per preparare dei medicinali. Raccoltane una buona quantità e confidando nelle sue abili doti di cantore e liturgista, Alfano spera semplicemente in questo modo di potersi ingraziare papa Vittore II. In effetti, stando alla cronaca di Leone Marsicano, è ciò che avviene: Desiderio e Alfano godono infatti a Firenze dei migliori riguardi del papa per alcuni mesi. Il soggiorno toscano termina tuttavia quando i due intuiscono che il pontefice non ha più intenzione di dirigersi a sud. Approfittano dunque della visita di due monaci cassinesi, che erano andati a chiedere a Vittore II l’approvazione dell’elezione del nuovo abate Pietro, e domandano al papa di seguire i due monaci, col pretesto di poter seguire così una più rigida condotta di vita[21].

Il periodo cassinese

L’esperienza del cenobio cassinese è centrale nella biografia di Alfano, non soltanto perché è qui che diventa monaco, ma anche perché qui consolida l’amicizia con Desiderio e ne nasce una nuova e importantissima per il suo futuro. A Montecassino infatti Alfano e Desiderio incontrano Federico di Lorena, consigliere del papa riformatore Leone IX. Federico, fratello di Goffredo il Barbuto, duca di Lorena, marchese di Toscana e in forte contrasto con l’imperatore Enrico III, alla morte del papa decide di ritirarsi dalla vita pubblica e di indossare l’abito benedettino[22]. L’incontro dei tre monaci contribuisce in quegli anni a fondare uno spirito di renovatio culturale che avrà il suo culmine sotto l’abbaziato di Desiderio qualche anno dopo, col merito di conciliare l’erudizione e lo studio delle arti con le pratiche ascetiche previste dall’ordine benedettino[23].

Il legame di Alfano con il cenobio cassinese è evidente nella sua produzione scritta, che è colma di ricordi nostalgici per quel dolce luogo portatore di pace e quiete («Mons bone, salveris, pacis dator atque quietis, / qui facilis Regni via crederis esse superni»[24]). A Montecassino Alfano ha infatti maturato la sua vocazione monastica e lì è stato accolto dai confratelli che spesso elogia nei suoi carmi o raccomanda a Dio[25]. L’appartenenza a quella comunità è peraltro sancita dall’episodio secondo cui Desiderio, quando diventerà abate di Montecassino, chiederà proprio ad Alfano di scrivere la cronaca di quella comunità, ma egli, ritenendosi indegno, rifiuterà il compito che sarà poi affidato a Leone Marsicano[26].

Inoltre, non è da sottovalutare il dato dell’amicizia di Alfano con Federico di Lorena e Desiderio, rispettivamente i futuri papi Stefano IX e Vittore III e il risvolto politico che queste amicizie ebbero nella carriera ecclesiastica di Alfano. Come si accennava, infatti, secondo alcuni studiosi è grazie all’elezione al soglio pontificio di Federico che Alfano lascia il cenobio laziale per assumere la reggenza del monastero salernitano di San Benedetto a Salerno nel 1057 e, appena pochi mesi dopo, nel febbraio dell’anno successivo, Alfano sarà eletto arcivescovo di Salerno[27]. Ciò che sorprende è che tutto questo avviene quando Alfano è ancora a Montecassino: la nomina, infatti, gli viene conferita direttamente dall’amico pontefice. Questi, recatosi nel cenobio per trovare sollievo alla sua febbre malarica, morirà pochi giorni dopo tale nomina[28].

Secondo la cronaca di Leone, tra le ultime volontà di Federico di Lorena, dunque, vi sono la designazione di Desiderio come abate di Montecassino (fino a quel momento il pontefice aveva mantenuto l’abbaziato[29]) e come apocrisario dell’imperatore bizantino, e l’elezione di Alfano ad arcivescovo della sua Salerno. Così, con la morte di papa Stefano IX, la triade illustre di Montecassino[30] si scioglie. Ancora Leone Marsicano riporta il singolare aneddoto di una visione di Desiderio che sembra anticipare tale separazione. Il cronista racconta di Desiderio e Alfano in una torre nei pressi della sala capitolare del cenobio cassinese, timorosi al cospetto di san Benedetto e meravigliati dalla sua presenza. Nella visione, Benedetto si mostra ben disposto nei confronti di Desiderio, che invita il futuro abate a sedergli accanto, mentre Alfano, scrive Leone, sembra quasi offeso per tale preferenza, e abbandona il monastero. Così, in effetti, avviene: Desiderio resterà a Montecassino, Alfano sarà invece chiamato a Salerno[31].

Il viaggio in Terrasanta

È con la bolla Officium sacerdotale del 24 marzo 1058 che Stefano IX consegna l’arcidiocesi di Salerno ad Alfano[32]. Soltanto cinque giorni dopo il papa e l’amico conosciuto a Montecassino sarebbe morto. Alfano amministrerà la sua Salerno per ben 27 anni, fino al giorno della sua morte, e saprà essere all’altezza dell’incarico: la diocesi infatti acquisirà autorità sul territorio, grazie anche all’annessione di numerose parrocchie. In particolare, la bolla Officium sacerdotale di Stefano IX concedeva già all’arcivescovo di Salerno la facoltà, inusuale, di eleggere i vescovi nelle sedi a lui soggette (purché vi fosse il consenso del clero e del popolo). La giurisdizione di Alfano giunge dunque fino a Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Malvito, Policastro, Marsico, Viciniano e le loro parrocchie, solo per citare alcuni dei centri più noti. Con Alfano, perciò, la provincia ecclesiastica di Salerno raggiunge il suo massimo sviluppo, coincidente con l’estensione stessa del principato longobardo di Salerno. L’arcivescovo salernitano arriverà infatti anche a eleggere vescovi in nuove sedi, come a Policastro, dove nel 1079 sarà eletto vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone, mentre a Sarno, eretta diocesi nel 1066, collocherà il vescovo Risus; ancora a Nusco istituirà la diocesi e vi inserirà il vescovo Amato, e con buona probabilità anche ad Alfano si deve l’incardinamento di Mirandus come primo vescovo della diocesi di Acerno[33].

Alfano però non ha dimenticato la promessa fatta a Desiderio e a Dio prima di raggiungere l’amico a Benevento: si sarebbe infatti fatto monaco a condizione di compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme[34]. Nel 1062 si presenta l’occasione: il principe Gisulfo deve recarsi a Costantinopoli per trattare con l’imperatore un’alleanza antinormanna e porta con sé Alfano, insieme a Bernardo, vescovo di Palestrina. Il racconto è tramandato dalla penna di Amato di Montecassino che, come si è già avuto modo di dire, è sicuramente di parte normanna e insiste nel dipingere il principe di Salerno come un tiranno inetto e crudele[35]. Amato racconta che Alfano e Bernardo decidono di lasciare il principe da solo a discutere col basileus per proseguire nel loro itinerario verso la Terra Santa, ignari della sorpresa che Gisulfo aveva tramato per loro. Di ritorno da Gerusalemme, infatti, Alfano e Bernardo scoprono che il principe, per sugellare gli accordi presi con l’imperatore d’Oriente, li aveva di fatto consegnati come ostaggi. Alfano, prosegue Amato, non ha modo di non accettare l’accordo, obbligato dal timore che Gisulfo possa nuocere ai suoi fratelli, omicidi del padre, che sono ancora suoi prigionieri. Finché, dunque, il principe resta a Costantinopoli, vi resta anche lui, mentre il vescovo Bernardo muore entro poco tempo. Alfano gli scriverà un breve e accorato epitaffio, dove accenna alla sua biografia e al comune viaggio di redenzione in Terra Santa.

Bernardus nomen, Beneventus patria, sedes
Praenestis, celebris laus mibi Roma fuit.
Hostes Ecclesiae contrivi; cuncta relinquens,
ivi Ierusalem solvere crimen idem.
Iamque dies mensem retinebant quinque decembrem,
cum rediens illinc mortuus hospitor hic.

Bernardo il nome, Benevento la patria, Preneste
la sede, lode mi fu la celebre Roma.
Ho cancellato i nemici della Chiesa; lasciando tutto,
andai a Gerusalemme per sciogliere il mio peccato.
E già cinque giorni occupavano il mese di dicembre
quando, tornando da lì, sono accolto, morto, qui[36].

Alfano riuscirà in seguito per vie traverse ad abbandonare Costantinopoli[37]. Non potendo tornare subito a Salerno, dove la presenza di Gisulfo è ancora potenzialmente pericolosa, cerca rifugio presso uno dei più temuti avversarsi del principe: il normanno Roberto il Guiscardo, che rimane colpito dall’arcivescovo non tanto per la santità dell’uomo, quanto per la lunghezza che aveva raggiunto la sua barba, portata alla maniera orientale[38].

Da questo momento il ruolo fondamentale di Alfano sarà quello di mediare tra le due parti a vantaggio suo e, soprattutto, della sua Salerno, pur restando fedelissimo agli ideali riformatori propugnati dai papi dell’epoca[39].

Alfano mediatore nella politica salernitana del suo tempo

I contrasti con il principe Gisulfo di cui parla Amato sembrano essere confermati da quanto scrive Alfano nel prologo della sua traduzione del Premnon Physicon (o De natura hominis) di Nemesio di Emesa, trattato che fonde teologia e medicina e passato inizialmente nella tradizione come opera di Gregorio di Nissa. Nel prologo alla traduzione del testo, infatti, Alfano insiste nel rivolgere il proprio appello a un dominus, affinché capisca l’importanza della conoscenza razionale della natura umana, che trova conferma nella Verità rivelata. Il dominus, che resta anonimo, ma che molto probabilmente è proprio Gisulfo, al quale si rivolge un giovane Alfano, proprio in considerazione della sua posizione nella gerarchia non deve essere considerato in condizione di servitù, ma deve dominare le scienze e la sapientia, sebbene le preoccupazioni secolari minino alla perdita della conoscenza di sé e delle arti che comanda[40].

Se il racconto di Amato e le note di biasimo nel prologo alla traduzione del De natura hominis di Nemesio disegnano i tratti di un principe inetto, malvagio o, almeno, avulso a un uso corretto della ragione, l’ode a Gisulfo che l’arcivescovo scrive qualche anno dopo sembra descrivere gli antichi fasti della Roma classica che si rinnovano nel condottiero salernitano, inviato del papa contro i Normanni, i nuovi Galli o Cartaginesi, e velatamente desiderato a capo di una pre-crociata contro l’impero bizantino[41].

Tu virtute animi, corporis et vi
Augustos sequeris, nulla Catonis
te vincat gravitas, solus haberis
ex mundi dominis rite superstes.

Quis iam frondifera tempora lauro
miles te religat dignius usquam?
Si Carthaginis hic victor adesset
consul, sponte tibi cederet ipse.

Tarpeiae solitae cernere rupes
victrices aquilas, protinus omni
pulsa maestitia, Caesaris acta
gaudent, praeside te, posse novari.


Tu segui gli Augusti con la virtù dell’animo
e con la vigoria fisica, nessuna gravità di Catone
ti vinca, e solo tu sei giustamente ritenuto
superstite tra i padroni del mondo.

Quale soldato mai può cingere di alloro
le frondifere tempie in maniera più degna di te?
Se stesse qui il vittorioso console
di Cartagine, spontaneamente egli cederebbe a te.

La rupe Tarpea, abituata a vedere le aquile
vittoriose, cacciata subito via ogni
mestizia, si rallegra che sotto il tuo comando
possano essere rinnovate le imprese di Cesare[42].

Statua di Roberto il Guiscardo nel chiostro del Bramante dell’abbazia di Montecassino.

Non possiamo sapere se le parole di Alfano siano state commissionate, se queste riflettano la considerazione di Gisulfo come il prode eroe tratteggiato sul modello romano o se, piuttosto, questi versi denuncino apertamente i desiderata di Alfano. Nei carmi a Gisulfo e Guidone, fratello di Guaimario, tuttavia, si leggono in sottofondo, al di là delle figure retoriche tipiche del registro poetico, le aspirazioni, poi fallite, al perseguimento degli obiettivi antinormanni e antibizantini di Guaimario[43].

Tali aspirazioni, tuttavia, si scontrano con la difficile situazione dei Longobardi nella Salerno di quegli anni, che perdono drasticamente potere e territorio di fronte alla nuova avanzata normanna. L’opulenta Salernum di Gisulfo, che aveva fatto imprimere queste parole sulle monete coniate nel principato, è infatti allettante preda dei vicini normanni[44]. L’impresa di conquista di Roberto il Guiscardo, infatti, che aveva già espugnato le ultime guarnigioni bizantine nell’Italia meridionale, prevedeva l’assedio degli ultimi grandi principati longobardi. Salerno cade perciò facilmente nell’inarrestabile avanzata del terribile duca normanno, stretta dalla fame, nel dicembre del 1076, di fronte a un inerme Gisulfo[45].

Il passaggio di scettro rende non poche difficoltà al popolo salernitano assediato, ma, come riporta ancora una volta Amato da Montecassino, anche in questo frangente Alfano, insieme a Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo e sorella di Gisulfo, si farà carico del proprio gregge, donando il suo vino e il suo grano per garantire la sopravvivenza dei salernitani[46]. L’ode a Gisulfo è perciò molto probabilmente scritta dopo questi eventi e il messaggio che vi vuole lasciare Alfano è quello di un suo sogno ormai irrealizzabile: di fronte alle conquiste di Roberto il Guiscardo, che riesce quasi a farsi incoronare imperatore di Bisanzio e costringe alla ritirata da Roma l’imperatore Enrico IV (sacco di Roma del 1084)[47], Alfano sogna un ritorno del principe Gisulfo a governare le terre conquistate dal Guiscardo e un valoroso Guido a Bisanzio. L’ordine politico fissato dai normanni seguirà tuttavia una strada ben diversa.

Alfano e i papi riformisti: da Stefano IX a Gregorio VII

Firma autografa di Alfano nella bolla di Alessandro II per la consacrazione dell’abbazia di Montecassino del 1° ottobre 1071[48].

Sfogliando i documenti e gli atti dei concili degli anni Cinquanta-Settanta del secolo XI si riesce ad avere una giusta considerazione di quanto Alfano sia vicino al soglio pontificio, sia da un punto di vista affettivo (si è parlato dell’amicizia che lo lega a papa Stefano IX, ma varrà lo stesso per Gregorio VII e il suo successore, Vittore III), sia da un punto di vista politico.

Alfano partecipa infatti attivamente all’azione riformatrice dei pontefici che sono eletti dopo Stefano IX. Durante il breve pontificato di Niccolò II, infatti, Alfano prende parte, insieme a Pier Damiani[49], all’amico Desiderio, a Ulderico di Benevento, ad Anselmo da Baggio (allora vescovo di Lucca, poi papa Alessandro II), ad Ugo di Cluny e a Ildebrando di Soana, allora vescovo di Capua, poi papa Gregorio VII, al sinodo del Laterano (aprile-maggio 1059), in cui viene sancita la fine dell’ingerenza dei poteri secolari nell’elezione papale. Nella stessa occasione il filosofo Berengario di Tours ritratterà le sue tesi sulla transustanziazione. Nell’agosto dello stesso anno Alfano partecipa, insieme a Ildebrando, Umberto da Silva Candida e l’amico Desiderio, al primo concilio di Melfi, nel quale, con una cerimonia solenne, il papa investe i normanni Roberto il Guiscardo dei ducati di Puglia, Calabria e Sicilia e Riccardo d’Aversa di quello di Capua, in cambio della fedeltà al successore di Pietro.

Nel 1067 Alfano ospita un sinodo convocato da papa Alessandro II nella sua Salerno, ma nei mesi di agosto e settembre dello stesso anno partecipa al secondo concilio di Melfi in cui il papa scomunicherà Roberto il Guiscardo, reo di aver sottratto i beni della Chiesa di Salerno. Grazie a Sichelgaita, tuttavia, i rapporti tra Roma e la casata normanna saranno in breve tempo ristabiliti e i beni ecclesiastici restituiti ad Alfano (l’elenco dei beni usurpati è presente nella bolla Notum sit omnibus di papa Alessandro II)[50].

La cerimonia di consacrazione della basilica di Montecassino voluta da Desiderio nel 1071 è forse l’evento politico e insieme ecclesiastico che più segna Alfano, tanto che vi dedicherà un lungo ed intenso poema[51]. Qui Alfano incontrerà nuovamente papa Alessandro II, il vescovo Ildebrando, Pier Damiani e una nutrita schiera di esponenti della politica dell’Italia centrale e soprattutto meridionale. Alfano, però, è colpito a tal punto dalla maestosità della nuova abbazia voluta da Desiderio che vuole realizzare qualcosa di simile anche nella sua città. Nasce qui il progetto del Duomo di Salerno[52].

Gli ultimi anni

Tomba di papa Gregorio VII nel Duomo di Salerno.

L’ultima fase della vita di Alfano è caratterizzata da una ulteriore tensione politica, che stavolta non coinvolge il principe Gisulfo II e Roberto il Guiscardo, ma quest’ultimo e la curia romana. Il duca normanno era infatti stato scomunicato da Gregorio VII agli inizi del suo pontificato, reo di aver invaso il feudo pontificio di Benevento. La scomunica, del marzo del 1074, che era caduta anche sull’intera città di Benevento, qualora i suoi cittadini avessero in alcun modo appoggiato il Guiscardo, dà motivo di preoccupazioni ad Alfano, che tuttavia non può che appoggiare gli interessi dell’amico papa. Certamente la pace di Ceprano del 1080, con la quale si pone fine ai dissidi tra il duca normanno e il pontefice, è ben vista da Alfano, che in quei mesi teme delle ritorsioni, stavolta del Guiscardo, che nel frattempo si era impegnato nell’edificazione della nuova cattedrale cittadina[53]. La conciliazione con i Normanni è però scelta ben mirata di Gregorio VII che, in cambio del principato di Benevento al Guiscardo e della reinvestitura dei titoli del normanno, si assicura degli alleati potenti nella lotta per le investiture che stava già da tempo portando avanti contro l’imperatore Enrico IV[54].

Esattamente in quegli anni, quando il duca normanno ha ormai piena legittimità di potere a Salerno, comincia la costruzione della nuova cattedrale salernitana. Durante i lavori di demolizione della vecchia chiesa, peraltro, vengono rinvenute le reliquie di san Matteo Apostolo. La notizia della scoperta, che viaggia veloce da Alfano a Roma, accelera notevolmente i lavori, col beneplacito del papa e le raccomandazioni dello stesso a Roberto il Guiscardo e alla consorte Sichelgaita affinché onorino il santo patrono di Salerno[55].

La costruzione dell’edificio della cattedrale terminerà nel 1085. Il papa, che è da pochi mesi esule a Salerno, ospite di Alfano, farà appena in tempo a rinnovare la scomunica per l’imperatore Enrico IV e l’antipapa Clemente III e a consacrare solennemente la cattedrale. Morirà il 25 maggio dello stesso anno e lì sarà sepolto da Alfano[56]. L’amicizia più che trentennale dell’arcivescovo col papa sarà ricordata da Alfano in uno dei suoi carmi più celebri, nel quale, fedele agli ideali della poesia classica che accompagnano i suoi componimenti, rende gloria e merito all’amico, alla sua strenua lotta per il primato del potere spirituale sul temporale, immaginandolo ancor più meritevole dell’onore dei grandi conquistatori della Roma classica e, per l’alto valore della sua azione pastorale, pari fra gli apostoli.

Quanta vis anathematis!
Quicquid et Marius prius
quodque Iulius egerant
maxima nece militum,
voce tu modica facis.

Roma quid Scipionibus
ceterisque Quiritibus
debuit mage quam tibi,
cuius est studiis suae
nacta iura potentiae?

Qui probe quoniam satis
multa contulerant bona
patriae, perhibentur et
pace perpetua frui
lucis et regionibus.

Te quidem potioribus
praeditum meritis, manet
gloriosa perenniter
vita, civibus ut tuis
compareris apostolis.


Quale forza di anatema!
Tutto ciò che prima Mario
e Giulio avevano fatto
con grandissima strage di soldati,
tu lo fai con flebile voce.

Che cosa Roma deve agli Scipioni
e agli altri quiriti
più di quanto non debba a te,
per i cui sforzi è stato riconosciuto
il diritto del suo potere?

Coloro che in maniera giusta
nonché adeguata avevano
procurato molti beni alla patria,
si dice che godano di luminosa
pace eterna e di dominio.

Anche su te, provvisto
di meriti superiori, rimane
sempre gloriosa la vita,
così che dai tuoi concittadini
possa tu essere paragonato agli apostoli[57].

Roberto il Guiscardo morirà poche settimane dopo, il 17 luglio, a Cefalonia, colto in battaglia da una violenta e improvvisa febbre. Il 9 ottobre dello stesso anno anche Alfano seguirà la sorte del normanno e di Gregorio VII e sarà sepolto nella sua cattedrale, vicino all’amico papa[58]. Gli attori principali della storia di Salerno e d’Italia del secolo XI lasciano così il mondo a distanza di poche settimane l’uno dall’altro.

Opere

Alfano è stato un raffinato e prolifico scrittore, dalle cui opere emerge una buona padronanza della lingua greca, fattore insolito nel Medioevo latino ma meno insolito nella Salerno medievale, nonché una profonda conoscenza degli schemi classici della poesia latina.

I Carmi

Tra le opere più note si ricordano soprattutto i carmi, circa sessanta, a carattere prettamente religioso, ma anche politico, che dedica ad amici confratelli cassinesi e personaggi di spicco della politica del tempo, ma i suoi versi sono anche l’occasione per celebrare figure di spicco della santità legata ai luoghi che frequenta, come i santi Benedetto e Mauro per Montecassino (ai quali dedica anche delle Vitae in versi, sul modello dei Dialogi di Gregorio Magno) e san Matteo o i santi martiri salernitani per la sua città. Sono da annoverarsi tra i componimenti poetici di Alfano anche alcuni inni liturgici (in particolare per la traslazione delle reliquie di san Matteo). All’elenco delle opere poetiche vanno infine aggiunti sette epitaffi per amici defunti e alcune iscrizioni che sono scolpite nella cattedrale di Salerno. Di carattere agiografico, ma in prosa, sono invece le Passiones che Alfano dedica a Santa Cristina e a Santa Sabina (quest’ultima, però, perduta).

Gli scritti di medicina

Tra le opere in prosa di Alfano notevole diffusione ha avuto il Premnon physicon seu Stipes naturalium, prima traduzione latina (una seconda, di pochi decenni successiva, sarà quella di Burgundio di Pisa) del trattato Περὶ ϕύσεως ἀνϑρώπου di Nemesio di Emesa[59]. Tale traduzione, che attesta una notevole conoscenza della lingua greca da parte di Alfano, dimostra anche le sue competenze in ambito medico e filosofico. Non ci sono sufficienti elementi per datare la traduzione, sebbene alcuni studiosi abbiano ritenuto in passato che l’opera di Nemesio, a lungo elencata tra le opere di Gregorio di Nissa, fosse entrata in possesso di Alfano durante il suo viaggio in Terra Santa. Più probabilmente, la traduzione risale agli anni dal 1052 al 1056, dunque prima del viaggio a Gerusalemme, avvenuto nel 1062[60]. Le competenze in ambito medico da parte di Alfano, acquisite a Salerno in giovinezza e perfezionate a Montecassino, sembrano essere confermate anche dall’amicizia con Costantino l’Africano, che ad Alfano dedica il suo trattato De stomachi affectionibus[61]. Tra gli scritti di medicina attribuiti ad Alfano vi sarebbero, poi, due trattati: il De quattuor humoribus corporis humani e il De pulsibus. I testi a noi pervenuti di questi trattati, tuttavia, seppur traditi sotto il nome dell’arcivescovo di Salerno, costituiscono due opere elaborate successivamente a partire dall’originale di Alfano. Secondo il loro editore, infatti, è altamente probabile che si tratti di appunti e materiali di allievi della Scuola Medica Salernitana, presi sulla base di due testi perduti dell’arcivescovo di Salerno[62]. All’elenco dei testi di medicina della probabile mano di Alfano mancano infine alcuni testi, ormai perduti, noti coi titoli di Experimenta archiepiscopi salernitani e Tractatus de quibusdam medicinalibus[63].

Altre opere in prosa

Restano da citare alcuni testi in prosa che sono stati attribuiti in passato ad Alfano sulla base di un elenco degli scritti dell’arcivescovo salernitano che sarebbero stati conservati presso la biblioteca del cenobio cassinese. Di tali testi non è rimasta purtroppo alcuna traccia se non per il suddetto elenco, che prevede un trattato teologico dal titolo De unione Verbi Dei et hominis, e uno filosofico, il De unione corporis et animae, che rappresenta però verosimilmente un capitolo omonimo della traduzione di Alfano del trattato di Nemesio di Emesa[64]. Alfano ha scritto probabilmente anche dei sermoni, ma non ve ne è notizia, fatta eccezione per l’accenno a un suo sermo super Evangelium, anch’esso perduto[65].

Bibliografia essenziale

Fonti

  • Nemesii episcopi Premnon Physicon, sive Πεϱὶ ϕύσεως ἀνθϱώπου liber a N. Alphano archiepiscopo Salerni in latinum translatum, ed. C. Burkhard, Leipzig 1917.
  • Premnon Physicon. Versione latina del Πεϱὶ ϕύσεως ἀνθϱώπου di Nemesio, ed. e tr. it. di I. Chirico, Roma 2011 (Temi e testi, 93).
  • Tractatus de pulsibus Alphani salernitani, ed. P. Capparoni, Roma 1936.
  • Il De quattuor humoribus corporis humani di Alfano I arcivescovo di Salerno, a cura di P. Capparoni, Roma 1938.
  • N. Acocella, Alfano di Salerno. Il carme per Montecassino, Salerno 1963.
  • A. Lentini, F. Avagliano, I Carmi di Alfano I, arcivescovo di Salerno, Montecassino 1974 (Miscellanea Cassinese, 38).
  • Carmi, ed. A. Tamburrini, Cassino 2005 (Collana di studi storici medioevali, 11).


Letteratura secondaria

  • M. Schipa, Alfano I arcivescovo di Salerno, Salerno 1880.
  • Id., Storia del principato longobardo di Salerno, Napoli 1887.
  • G. Falco, Un vescovo poeta del sec. XI. Alfano di Salerno, in «Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria», 35 (1911), pp. 439-481.
  • M. Manitius, Alphanus I. von Salerno, in Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, vol. 2, Von der Mitte des zehnten Jahrhunderts bis zum Ausbruch des Kampfes zwischen Kirche und Staat, München 1923, pp. 618-637.
  • G. Chierici, Il duomo di Salerno e la chiesa di Montecassino, in «Rassegna Storica Salernitana», 1 (1937), pp. 95-109.
  • A. Schiavo, Montecassino e Salerno. Affinità stilistiche tra la chiesa cassinese di Desiderio e quella salernitana di Alfano I, in Atti del II Convegno nazionale di Storia dell’Architettura (Assisi, 1937), Roma 1939, pp. 159-176.
  • P. O. Kristeller, La Scuola di Salerno: il suo sviluppo e il suo contributo alla storia della scienza, in «Rassegna Storica Salernitana», 16 (1955), Appendice al fascicolo I-IV.
  • A. Lentini, Medioevo letterario cassinese. Scritti vari, a c. di F. Avagliano, Montecassino 1988 (Miscellanea cassinese, 57).
  • R. Avallone, Alfanus salernitanus lumen Europae saeculo XI, in «Rivista di studi salernitani», 1 (1968), pp. 107-133.
  • A. Pantoni, La basilica di Montecassino e quella di Salerno ai tempi di S. Gregorio VII, in «Benedictina» 10 (1958), pp. 23-47.
  • N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano di Salerno (sec. XI). Profilo biografico, in «Rassegna Storica Salernitana», 19 (1958), pp. 1-74.
  • Id., Alfano nella critica moderna, in «Rassegna Storica Salernitana», 20 (1959), pp. 17-90.
  • G. Del Ton, De Alphano Salernitano archiepiscopo, theologo, medico et perinsigni poeta, in «Latinitas», 26 (1978), pp. 30-40.
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  • M. Lemoine, Citations de Platon chez Alfanus de Salerne et Burgundio de Pise, in Du copiste au collectionneur. Mélanges d'histoire des textes et des bibliothèques en l’honneur d’André Vernet, a c. di D. Nebbiai Dalla Guarda - J.-F. Genest, Turnhout 1998 (Bibliologia. Elementa ad librorum studia pertinentia, 18) pp. 71-87.
  • H. Taviani-Carozzi - B. Vetere - A. Leone, Salerno nel Medioevo, Galatina 2000.
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  • Ead., Interferenze tra tradizioni nelle edizioni dei traduttori: l’esempio di Alfano, in «Misure Critiche», (2005), pp. 33-46.
  • E. M. Cartelle, Alfano y Constantino el Africano: la formación de la lengua médica latina, in «Revista de estudios latinos», 16 (2016), pp. 119-129.
  • C. Lambert, La produzione epigrafica di Alfano I per la cattedrale di Salerno, tra religiosità e politica, in «Cum magna sublimitate»: arte e committenza a Salerno nel Medioevo, a c. di G. Z. Zanichelli - M. Vaccaro, Spoleto (PG), Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo (CISAM) 2017 (Studi e ricerche di archeologia e storia dell’arte, 20) pp. 33-40.

Voci correlate

Note

  1. Cfr. M. Schipa, Alfano I arcivescovo di Salerno, Salerno 1880, p. 9; N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano di Salerno (sec. XI). Profilo biografico, in «Rassegna Storica Salernitana», 19 (1958), [pp. 1-74], p. 7; ristampato in Salerno medievale e altri saggi, a c. di A. Sparano, Napoli 1971 [pp. 5-96].
  2. Cfr. Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno, ed. C. A. Garufi, Roma 1922 (Fonti per la storia d’Italia, 56), p. 251.
  3. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, III, 7, ed. H. Hoffmann, in MGH (Scriptores, 5), XXXIV, Hannover 1980, p. 368.
  4. Cfr. S. De Renzi, Storia documentata della Scuola medica di Salerno, Napoli 18572, p. 188; Schipa, Alfano I arcivescovo di Salerno cit., p. 9.
  5. Cfr. M. Manitius, Alphanus I. von Salerno, in Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, vol. 2, Von der Mitte des zehnten Jahrhunderts bis zum Ausbruch des Kampfes zwischen Kirche und Staat, München 1923, pp. 618-637; P. O. Kristeller, La Scuola di Salerno: il suo sviluppo e il suo contributo alla storia della scienza, in «Rassegna Storica Salernitana», 16 (1955), Appendice al fascicolo I-IV, pp. 18-19. Sulla competenza nelle arti liberali, si vedano anche, a titolo esemplificativo, i carmi ad Attone vescovo di Chieti e al monaco cassinese Teodino. Cfr. Alfano di Salerno, Carmi, XVI, ed. A. Tamburrini, Cassino 2005 (Collana di studi storici medioevali, 11), pp. 166-169; ibid., XXIII, pp. 204-211.
  6. Per es., cfr. A. Ciaralli, Materiali per una storia del diritto in Italia meridionale. Tradizione, produzione e circolazione di testi di diritto romano giustinianeo in area longobardo-cassinese (secoli VIII-XII), in «Scripta», 5 (2012), pp. 43-63. Vale la pena citare il carme in memoria di Romualdo, avvocato salernitano, nel quale Alfano dimostra una buona conoscenza del lessico giurisprudenziale. Cfr. Alfano di Salerno, Carmi, XXIII, ed. Tamburrini cit., pp. 200-204.
  7. Cfr. A. Sinno, Vicende della scuola e dell’almo Collegio salernitano: maestri finora ignorati, Salerno 1950, p. 16.
  8. Cfr. G. Falco, Un vescovo poeta del secolo XI: Alfano di Salerno, in «Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria», 35 (1911), [pp. 440-481], p. 443.
  9. Cfr. Alfano di Salerno, Carmi, XXI, ed. Tamburrini cit., p. 191, vv. 25-27: «Aversum studiis philosophos tuis / in tantum reliquos vincit, ut optimis / dispar non sit Athenis».
  10. Sul rapporto tra Alfano e l’abbazia di Montecassino, cfr. N. Acocella, Alfano di Salerno. Il carme per Montecassino, Salerno 1963; F. Avagliano, Alfano medico e poeta, in Profilo storico di una città meridionale: Salerno, Salerno 1979, pp. 73-92; H. E. J. Cowdrey, The Age of Abbot Desiderius: Montecassino, the Papacy, and the Normans in the Eleventh and Early Twelfth Centuries, Oxford 1983. Specificamente su Desiderio, cfr. H. Bloch, Montecassino in the Middle Ages, 3 voll., Roma 1979; H. E. J. Cowdrey, L’abate Desiderio e lo splendore di Montecassino, Milano 1991; N. Cilento, L’opera di Desiderio abate cassinese e pontefice per il rinnovamento della Chiesa dell’Italia meridionale nell’età gregoriana, in L’età dell’abate Desiderio, III, 1, Storia, arte e cultura, a c. di F. Avagliano - O. Pecere, Montecassino 1992, pp. 153-168.
  11. Cfr. F. Pastore, Guaimario IV, Salerno 2013.
  12. Alfano di Salerno, Carmi, XX, ed. Tamburrini cit., pp. 184-185, vv. 9-26. Le traduzioni dei versi di Alfano qui riportate sono sempre del curatore dell’edizione più recente, Tamburrini. Sul carme e i rapporti tra Alfano e i principi di Salerno, cfr. A. Lentini, Le odi di Alfano ai principi Gisulfo e Guido di Salerno, in «Aevum» 31 (1957), pp. 230-240.
  13. Per Giesebrecht anche Alfano prese parte alla congiura, ma non fornisce prove a dimostrazione di ciò. Cfr. W. Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos primis Medii Aevi saeculis, Berolini 1845, p. 30. A sostenere che tra gli assassini del principe di Salerno vi fossero però i fratelli di Alfano, ma non Alfano stesso, è già Schipa, Alfano I cit., p. 10; Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., pp. 12-13.
  14. Cfr. H. Taviani-Carozzi, La Principauté de Lombarde Salerno (IXe-X e siècle): pouvoir et société en Italie lombarde méridionale, 2 voll., Roma 1991; Ead., Salerno longobarda: una capitale principesca, in Salerno nel Medioevo, Galatina (LE) 2000 (Le città del Mezzogiorno Medievale, 3).
  15. Cfr. per es. Amato di Montecassino, Historia Normannorum, VIII, 13, tr. ing. P. N. Dunbar, Woodbridge 2004, p. 187.
  16. Cfr. M. Schipa, Storia del Principato Longobardo di Salerno, Napoli 1887 (rist. anast. Bologna 1973), p. 150.
  17. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, III, 7, ed. Hoffmann cit., p. 368.
  18. Se, in effetti, Gisulfo avesse sospettato di Alfano, gli avrebbe riservato lo stesso trattamento che riservò ai suoi fratelli, con cui non fu certo clemente. Cfr. Manitius, Alphanus I. von Salerno cit., p. 619. D’altra parte, la nomina di Alfano ad abate di San Benedetto e l’ascesa al soglio vescovile di Salerno sono state interpretate da Schipa come un tentativo di ingraziarsi papa Stefano IX, amico di Alfano e strenuo oppositore dei Normanni. Cfr. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia: Ducato di Napoli e principato di Salerno, Bari 1923 (rist. anast. Salerno 2002), p. 170. Una ricostruzione dei motivi che causarono la crisi spirituale di Alfano è operata in Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., pp. 12-13. Sull’abbazia salernitana di San Benedetto, cfr. A. Balducci, L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto, in «Rassegna Storica Salernitana», 29-43 (1968-1983), pp. 1-78; A. Falchi, Montecassino e l’architettura campana di XI secolo: il caso di San Benedetto a Salerno, in «Hortus Artium Medievalium», 20 (2014), pp. 209-219; P. Peduto - P. Natella, Ad Corpus. Nuovi apporti dalla Chiesa di S. Benedetto di Salerno, in Studi in memoria di Giuseppe Roma, a c. di A. Coscarella, Arcavacata di Rende (CS) 2019 (Ricerche, 16), pp. 180-195.
  19. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, III, 7, ed. Hoffmann cit., p. 368: «Interea Desiderius ob nimiam abstinentiam multasque vigilias in languorem non modicum decidens medendi gratia Salernum perrexit. Ibi itaque illo aliquandiu remorante Alphanus, qui postmodum eiusdem civitatis archiepiscopatum adeptus est, prudentissimus et nobilissimus clericus maxima illi est familiaritate coniunctus. Cuius animum frequentibus monitis ad mundi contemptum exhortans sic tandem ab illo exegit, ut monachus fieret, si prius, ut iam dudum mente conceperat, Ierusolimam ire permissus fuisset. Hac inter illos sponsione firmata Beneventum reversus Desiderius est atque post non multos dies mandate idem Alphano, ut ad se veniat. Renuente illo ac potius pavitante Salernum egredi iterum Desiderius ad illum abiit eumque propter quorundam inimicantium illi timorem cuculla sua indutum noctu de civitate educens secum Beneventum adduxit».
  20. Cfr. Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., pp. 15-16. Alfano lascia anche un epitaffio dell’arcivescovo Ulderico. Cfr. Alfano di Salerno, Carmi, XXIX, ed. Tamburrini cit., p. 220.
  21. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, III, 7, ed. Hoffmann cit., pp. 368-369.
  22. Cfr. M. Parisse, s. v. Stefano IX, in Enciclopedia dei papi, 3 voll., Roma 2000, II, pp. 166-168.
  23. Cfr. M. Schipa, Una triade illustre a Montecassino, in «Casinensia» 1929, pp. 157-161; F. Gagliuolo, Testi di poesia religiosa delle origini, Napoli 1958, p. 89; Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., pp. 17-19.
  24. Alfano di Salerno, Carmi, XXXII, ed. Tamburrini cit., p. 26, vv. 1-2.
  25. Versi in onore dei confratelli di Montecassino sono presenti per esempio ibid., XIII, pp. 78-137; XXIV, pp. 204-211; XXXIX, pp. 262-269. Alfano scrive anche delle Vitae in versi in onore di san Benedetto (ibid., LXVII, pp. 364-371) e san Mauro (ibid., LXVIII, pp. 372-375), ma a Benedetto dedica anche il carme XXXVIII (ibid., pp. 254-261) e a Mauro i carmi V e VI dell’edizione di Tamburrini (ibid., pp. 44-47 e 48-51). Ancora, nella sua Oratio seu Confessio metrica Alfano raccomanda accoratamente al Signore l’amico Desiderio e i suoi confratelli cassinesi (ibid., XIV, p. 160, vv. 390-399) e proprio a Desiderio dedica un lunghissimo carme, in cui le iniziali di ogni strofa compongono il nome DESIDERIVS (ibid., LIV, pp. 318-323). Inoltre, Alfano dedica un carme intero al cenobio cassinese (ibid., XXXII, pp. 226-232), edito e commentato anche in Acocella, Alfano di Salerno. Il carme per Montecassino cit.
  26. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, prol., ed. Hoffmann cit., pp. 4-5.
  27. Cfr. supra, nota 18.
  28. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, II, 96, ed. Hoffmann cit., pp. 354-355: «Sed cum predictus apostolicus Romana febre iam dudum langueret, circa ipsam natalis Domini festivitatem adeo graviter infirmatus est, ut pro certo se mori putaret. Electo itaque Desiderio cum priorum consilio in abbatem, quemadmodum loco congruo iuvante Domino ostendemus, et apostolice legationis ad Costantinopolitanum imperatorem illi commisso viatico ipse Romam reversus Alfanum olim Desiderii socium, Salernitane tunc sedis electum secum duxit eumque in ieiuniis Martii primo presbiterum, dehinc sequenti dominica archiepiscopum consecrans cum honore Salernum remisit».
  29. Cfr. Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., p. 19.
  30. Cfr. Schipa, Una triade illustre a Montecassino cit.
  31. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, III, 8, ed. Hoffmann cit., p. 369: «Viderat per hos dies Desiderius visionem non contemnendam, quam satis proxime rei commendavit effectus. Cernebat siquidem se unacum Alphano in quadam excelsa ac valde pulcherrima turre, que iuxta capitulum fratrum sita esset, consistere, in qua nimirum pater Benedictus videbatur sede decentissima residere. Cumque ad illius visionem pavefacti stuperent et accedere propius nequaquam presumerent, beatus pater Benedictus Desiderio hylariter innuebat eumque iuxta se sedere manu porrecta iubebat, Alphanus vero, quoniam vocatus ab eo non fuerat, quasi indigne ferens de domo illa exibat. Que nimirum visio manifestissime portendere visa est et Alphanum in loco hoc non diu remoraturum et Desiderium Benedicti patris vicem in hoc monasterio suscepturum. Non multopost igitur a Gisulfo principe Alphanus expostulatus primo apud Salernum in monasterio sancti Benedicti abbas effectus, demum vero eiusdem civitatis archiepiscopatum indeptus est, Desiderius autem ad Capuanum monasterium est transmissus prepositus».
  32. Cfr. Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., p. 26.
  33. Cfr. ibid., pp. 28-40.
  34. Cfr. Leone Marsicano, Chronica sacri monasterii casinensis, III, 7, ed. Hoffmann cit., p. 369.
  35. Cfr. supra, nota 15.
  36. Alfano di Salerno, Carmi, XXX, ed. Tamburrini cit., pp. 222-223.
  37. Cfr. Amato di Montecassino, Historia Normannorum, IV, 33-39, tr. Dunbar cit., pp. 123-125.
  38. Cfr. ibid., IV, 39, p. 125: «He went straight to Duke Robert by whom he was received as a friend, not as an enemy. Robert did not revere his sanctity because he came frome Jerusalem, but rather marvelled that he had a long beard as if he were from Constantinople». Cfr., inoltre, A. Lentini, Sul viaggio costantinopolitano di Gisulfo di Salerno con l’arcivescovo Alfano, in L’Italia meridionale nell’Alto Medioevo e i rapporti con il mondo bizantino. Atti del III Congresso Internazionale di Studi sull’alto Medioevo (Benevento - Montevergine - Salerno - Amalfi, 14-18 ottobre 1956), Spoleto 1959, pp. 437-443, ripubblicato in Id., Medioevo letterario cassinese. Scritti vari, a c. di F. Avagliano, Montecassino 1988 (Miscellanea cassinese, 57), pp. 284-291.
  39. Cfr. Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., p. 50.
  40. Cfr. Alfano di Salerno, prol., 3-5, in Nemesio di Emesa, Premnon physicon sive Περὶ ϕύσεως ἀνϑρώπου liber a N. Alphano archiepiscopo Salerni translatus, ed. C. Burkhard, Leipzig 1917 (Bibliotheca scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana), p. 1. Sul prologo di Alfano alla traduzione del testo di Nemesio di Emesa, dove si ritiene che il dominus anonimo sia Gisulfo, cfr. I. Chirico, Il prologo di Alfano al «De natura hominis» di Nemesio, in «Rassegna Storica Salernitana», 20.1 (2003), pp. 9-25.
  41. Cfr. Lentini, Le odi di Alfano ai principi Gisulfo e Guido di Salerno cit., pp. 233-234.
  42. Alfano di Salerno, Carmi, XVII, ed. Tamburrini cit., pp. 170-171.
  43. Cfr. Lentini, Le odi di Alfano ai principi Gisulfo e Guido di Salerno cit., pp. 239-240. Una ulteriore conferma della lealtà di Alfano verso il suo principe è data da un documento, noto come Charta permutationis, redatto nel luglio 1062, dove l’arcivescovo concede, in cambio del monastero salernitano di San Vito ceduto da Gisulfo, tre rocche che rientravano nella giurisdizione della sua chiesa (il castello della città, la chiesetta di san Michele nella valle di Cava e l’eremo di san Liberatore di Cava de’ Tirreni). Cfr. Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., pp. 55-54.
  44. Cfr. R. Iula, ‘Opulenta Salernum’: alcuni aspetti di numismatica salernitana, in «Il Giornale della Numismatica», 25/11/16 - 2/12/16 (online: http://www.ilgiornaledellanumismatica.it/opulenta-salernum-alcuni-aspetti-di-numismatica-salernitana-1/ http://www.ilgiornaledellanumismatica.it/opulenta-salernum-alcuni-aspetti-di-numismatica-salernitana-2/).
  45. Cfr. N. Acocella, Il tramonto del Longobardi meridionali. Nota sull’itinerario della spedizione del Guiscardo contro Salerno, nel 1076, in Studi in memoria di Romualdo Trifone, a c. di T. Pedio, 2 volumi, Bari 1963, II, Storia meridionale, pp. 3-19.
  46. Cfr. Amato di Montecassino, Historia Normannorum, VIII, 17, tr. Dunbar cit., pp. 195-196.
  47. Cfr. L. I. Hamilton, Memory, Symbol, and Arson: Was Rome ‘Sacked’ in 1084?, in «Speculum», 78.2 (2003), pp. 378-399. Più in generale su Roberto il Guiscardo, cfr. Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari 1975; P. Delogu, Mito di una città meridionale (Salerno, secoli VIII-XI), Napoli 1977, pp. 188-190; Id., I Normanni in Italia. Cronache della conquista e del regno, Napoli 1984, passim; Roberto il Guiscardo fra Europa, Oriente e Mezzogiorno, a c. di C. D. Fonseca, Galatina 1990; H. Taviani-Carozzi, La terreur du monde. Robert Guiscard et la conquête normande en Italie, Parigi 1996; R. Bünemann, Robert Guiskard 1015-1085: ein Normanne erobert Süditalien, Köln 1997; G. A. Loud, The Age of Robert Guiscard. Southern Italy and the Norman Conquest, Harlow 2000; M. Gallina, La ‘precrociata’ di Roberto il Guiscardo: un’ambigua definizione, in Il Mezzogiorno normanno-svevo e le Crociate, a c. di G. Musca, Bari 2002, pp. 29-47.
  48. Cfr. Salvatore de Renzi, Storia documentata della scuola medica di Salerno, Napoli 1857 (seconda edizione), p. 192).
  49. Sull’amicizia e lo scambio epistolare tra Alfano e Pier Damiani, cfr. Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., pp. 44-50.
  50. Cfr. G. Miccoli, Chiesa gregoriana. Ricerche sulla riforma del secolo XI, Firenze 1966; O. Capitani, L’Italia medievale nei secoli di trapasso. La riforma della Chiesa (1012-1122), Bologna 1984; G. Vitolo, Il rinnovamento della vita religiosa e la riforma della Chiesa, in Id., Medioevo. I caratteri originali di un’età di transizione, Milano 2000, pp. 244-263.
  51. Cfr. Acocella, Alfano di Salerno. Il carme per Montecassino cit.
  52. Cfr. G. Chierici, Il duomo di Salerno e la chiesa di Montecassino, in «Rassegna Storica Salernitana», 1 (1937), pp. 95-109; A. Schiavo, Montecassino e Salerno. Affinità stilistiche tra la chiesa cassinese di Desiderio e quella salernitana di Alfano I, in Atti del II Convegno nazionale di Storia dell’Architettura (Assisi, 1937), Roma 1939, pp. 159-176; A. Pantoni, La basilica di Montecassino e quella di Salerno ai tempi di S. Gregorio VII, in «Benedictina» 10 (1958), pp. 23-47; M. D’Onofrio, La basilica di Desiderio a Montecassino e la Cattedrale di Alfano a Salerno: nuovi spunti di riflessione, in Desiderio di Montecassino e l’arte della Riforma Gregoriana, a c. di F. Avagliano, Montecassino (FR) 1997 (Biblioteca della Miscellanea Cassinese, 1) pp. 231-246; A. Braca, Oltre Montecassino. La pianta originaria del Duomo di Salerno, in «Rassegna Storica Salernitana», 14.1 (1997), pp. 7-42.
  53. Cfr. Schipa, Alfano I arcivescovo di Salerno cit., p. 18.
  54. A giudicare dall’episodio cruento del sacco di Roma del 1084, la pace di Ceprano si rivela perfino provvidenziale per il pontefice. Sarà infatti soltanto grazie a Roberto il Guiscardo che Gregorio VII potrà fuggire da una Roma assediata dall’imperatore Enrico IV e rifugiarsi a Salerno. Cfr. Hamilton, Memory, Symbol, and Arson cit.
  55. Cfr. N. Acocella, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, Salerno 1954; Id., La figura e l’opera di Alfano cit., p. 50. Sulla liturgia per san Matteo negli scritti di Alfano, cfr. M. Fuiano, Alfano, Arcivescovo di Salerno, innografo di S. Matteo, in «Rassegna Storica Salernitana», 16 (1955-56), pp. 141-155. Più in generale su Alfano liturgista, cfr. A. Lentini, Carmi d’interesse liturgico nell’opera di Alfano, in Eulogia. Miscellanea liturgica in onore di p. Burkhard Neunheuser OSB, Roma 1979 (Studia Anselmiana, 68; Analecta liturgica, 1), pp. 203-212; ripubblicato in Id., Medioevo letterario cassinesecit., pp. 273-283.
  56. Cfr. Acocella, La figura e l’opera di Alfano cit., p. 63.
  57. Alfano di Salerno, Carmi, XXII, ed. Tamburrini cit., pp. 196-199, vv. 46-65.
  58. Cfr. supra, nota 2.
  59. Cfr. Nemesio di Emesa, De natura hominis, ed., M. Morani, Leipzig 1987 (Bibliotheca scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana).
  60. Cfr. E. Renan, Documents inédits pour servir à l’histoire littéraire de l’Italie, depuis le VIIIème siècle jusqu’au XIIIème, avec des Recherches sur le Moyen Âge italien, par A. F. Ozanam, Paris 1850, pp. 230-247. L’ipotesi è stata confutata di recente in Chirico, Il prologo di Alfano al «De natura hominis» di Nemesio cit., pp. 12-13. Secondo la studiosa, inoltre, il prologo alla traduzione è stato scritto da Alfano negli anni che vanno dal 1052 al 1056, sulla base degli eventi descritti, dunque la traduzione è databile a prima del 1052 o, come termine post quem, al 1056. Cfr. ibid., p. 21.
  61. Cfr. E. M. Cartelle, Alfano y Constantino el Africano: la formación de la lengua médica latina, in «Revista de estudios latinos», 16 (2016), pp. 119-129.
  62. Cfr. P. Capparoni, Introduzione, in Alfano di Salerno, Tractatus de pulsibus, ed. P. Capparoni, Roma 1936, pp. 7-9; Id., Introduzione, in Id., Il De quattuor humoribus corporis humani di Alfano I arcivescovo di Salerno, a cura di P. Capparoni, Roma 1938, pp. 7-14.
  63. Cfr. A. Lentini, s. v. Alfano di Salerno, in Dizionario Biografico degli Italiani, II, Roma 1960 (online: https://www.treccani.it/enciclopedia/alfano_(Dizionario-Biografico)/ )
  64. Cfr. Capparoni, Introduzione, in Id., Il De quattuor humoribus corporis humani cit., p. 12.
  65. Un primo elenco esaustivo delle opere di Alfano è in Pietro Diacono, De viris illustribus Casinensibus, 19, PL 173, 1030AB: «Alphanus Salernitanus archiepiscopus, et Casinensis coenobii monachus, vir in Scripturis sanctis eruditus, et notitia ecclesiasticorum dogmatum ad plenum instructus. Composuit nudo et lucidissimo sermone passionem Sanctae Christinae, Hymnos praeterea de eadem virgine duos; de Sancto Benedicto versus ad Pandulphum Marsorum episcopum; cantus S. Sabinae; versus Sanctae Christinae, S. Petri Apostoli; in laudem monachorum Casinensium. De situ constructione ac renovatione eiusdem coenobii; metrum saphicum hendecasyllabum de S. Mauro; item eiusdem hymnos; de sancto Matthaeo hymnos tres; de sancto Fortunato duos; de sancto Nicolao; ad Attonem episcopum Theatinum; ad Gisulphum principem Salernitanum; ad Sigismundum monachum Casinensem; ad Guilielmum eiusdem loci grammaticum; ad Guidonem fratrem principis Salernitani; ad Goffridum Aversanum episcopum; ad Hildebrandum archidiaconum Romanum; ad Romualdum causidicum Salernitanum; ad Roffridum monachum Casinensem: metrum heroicum in honorem sanctorum duodecim fratrum; confessionem metricam eius; versus de Ecclesia Sancti Ioannis Baptistae in Casino; epitaphia quamplurima virorum insignium, et alia quae in nostram notitiam non venerunt. Fuit autem temporibus supradictorum imperatorum; sepultus vero est apud Salernum». Mari, primo editore del testo del monaco cassinese, informa della presenza delle opere di Alfano nella biblioteca di Montecassino, che dice di aver consultato personalmente (ibid., ed. G. B. Mari, Romae 1665). Il commento di Mari si può leggere in nota al testo della Patrologia Latina.